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Mike Andolfo: la professione di interprete di conferenza… oltre l’interpretazione
Michelangelo (Mike) Andolfo è un interprete di conferenza che vanta un’esperienza pluridecennale. Bilingue (inglese e italiano), dal 1981 al 2018, è stato docente di ruolo di Interpretazione consecutiva e simultanea presso l’ISIT (Istituto Superiore Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli), lavorando di pari passo per moltissime organizzazioni, consulenti e leader di livello mondiale in molteplici settori. Mike Andolfo è anche counselor, formatore e divulgatore: è da qui che parte questa intervista in cui esploriamo a tutto tondo la professione dell’interprete di conferenza, andando oltre l’interpretazione.
Partiamo dalle lingue che hanno caratterizzato la tua vita, dal punto di vista personale e professionale. Ti definisci un bilingue precoce: ci spieghi cosa significa?
Il bilinguismo precoce si riferisce all’acquisizione di due o più lingue nei primi anni di vita, generalmente prima dei cinque anni, una fase in cui il cervello è particolarmente plastico e ricettivo dal punto di vista linguistico. In questo periodo, le lingue vengono apprese in modo naturale e simultaneo, attraverso l’esposizione quotidiana, senza un insegnamento formale strutturato.
Nel mio caso specifico, essendo nato a Londra e avendo vissuto in Inghilterra fino all’età di dodici anni, ho acquisito l’inglese e l’italiano fin dall’infanzia. In seguito alla separazione e al divorzio dei miei genitori, entrambi italiani, sono stato mandato in collegio, e in quel contesto il mio inglese ha conosciuto una vera e propria impennata, fino a diventare la mia lingua di cultura primaria.
Questo è rimasto vero fino al mio arrivo in Sicilia, a dodici anni, quando mi sono trovato nella necessità di imparare a leggere e scrivere in italiano per potermi integrare pienamente nel sistema scolastico italiano. È stato un passaggio significativo, che ha contribuito a ridefinire il mio rapporto con entrambe le lingue e con le rispettive dimensioni culturali.
Ti senti più inglese o italiano. O meglio: in cosa ti senti più inglese e in cosa più italiano, e in che modo integri questi aspetti nella tua professione?
Sono cittadino di entrambi i Paesi e ho due passaporti. Ma la domanda se mi senta più inglese o più italiano richiama immediatamente il grande tema del nature versus nurture, ovvero quanto incidano la genetica e quanto l’ambiente nella formazione di un individuo, del suo carattere e delle sue personalità.
È un interrogativo che, come è facile immaginare, mi ha sempre affascinato profondamente, proprio in virtù del mio bilinguismo precoce e della mia esposizione continuativa a culture differenti sin dall’infanzia.
Nel corso della mia vita ho cercato più volte di avvicinarmi a una risposta, prestando attenzione sia alle mie esperienze personali sia ai risultati delle ricerche scientifiche che, di volta in volta, hanno tentato di fare luce su questo tema. Credo però che la mia risposta non sia mai stata statica: al contrario, si è modificata nel tempo, seguendo anche l’evoluzione del pensiero scientifico.
Aver vissuto immerso in entrambe le culture sin da bambino, oltre ad avermi portato a pormi queste domande fin da sempre, ha contribuito allo sviluppo di personalità molteplici. In modo molto concreto, quando mi trovo in un contesto inglese, cambia spontaneamente anche la mia gestualità, che diventa diversa rispetto a quando mi trovo in un contesto italiano, soprattutto meridionale. Cambia anche il tono della mia voce. Questo fenomeno era, credo, ancora più marcato quando ero più giovane.
Integro questi aspetti nella mia professione proprio grazie a questa doppia appartenenza culturale: essa mi consente di cogliere elementi impliciti e taciti, non solo nel messaggio che viene espresso, ma anche nel contesto in cui esso prende forma. Aspetti che, forse, possono sfuggire a chi non ha assorbito lingua e cultura in età precoce, e che invece per me diventano strumenti preziosi di comprensione, mediazione e lettura profonda delle dinamiche relazionali e comunicative.
Oltre all’inglese e all’italiano, padroneggi altre lingue. Che differenze noti quando le utilizzi e in che modo ti ha aiutato studiarle da zero, e non da madrelingua, nella tua esperienza di docente?
Sì. Dopo i miei vent’anni ho iniziato a studiare prima il francese e successivamente lo spagnolo, facendo così l’esperienza dell’apprendimento consapevole di una lingua, basato su analisi, studio sistematico e riflessione metalinguistica. In questo modo ho potuto sperimentare direttamente una modalità di apprendimento molto diversa rispetto a quella vissuta nell’infanzia.
Avendo infatti attraversato sia l’esperienza dell’acquisizione di due lingue in età precoce, avvenuta senza uno studio esplicito della grammatica, sia quella dello studio di lingue straniere in età adulta, ho potuto fare una comparazione molto concreta, sulla mia stessa pelle, tra due processi distinti: da un lato l’acquisizione, che avviene in modo prevalentemente inconscio attraverso esposizione, immersione e assorbimento; dall’altro l’apprendimento, che implica un’attività cognitiva consapevole e il coinvolgimento più marcato della neocorteccia.
A partire dagli anni Novanta, questa mia esperienza è diventata anche oggetto di interesse accademico: sono stato infatti scelto insieme ad altri bilingue precoci da un docente universitario di neuroscienze a Milano che conduceva uno studio sul bilinguismo. Per alcuni anni sono stato coinvolto come soggetto di ricerca, con l’obiettivo di individuare quali aree del cervello venissero attivate durante l’elaborazione linguistica.
Nella mia esperienza, l’acquisizione di due lingue in giovane età mi ha certamente dato una marcia in più rispetto al solo studio formale; tuttavia, ho anche constatato, sia direttamente sia osservando altre persone, che una lingua acquisita esclusivamente per esposizione, senza un successivo approfondimento scolastico, può rimanere limitata sul piano della ricchezza lessico-sintattica e della varietà delle strutture utilizzate.
Ne ho avuto una conferma concreta quando ho lavorato in una base NATO in Italia, dove il requisito per l’assunzione dei dipendenti italiani era la conoscenza sia dell’inglese sia dell’italiano. Molti colleghi erano italo-americani o italo-australiani rientrati in Italia dopo essere nati in contesti di emigrazione. In diversi casi emergevano debolezze in una o in entrambe le lingue, soprattutto quando non era stato svolto anche uno studio scolastico strutturato, volto ad approfondire il lessico e l’uso consapevole della grammatica e della sintassi.
In conclusione, è fondamentale sottolineare che la conoscenza e lo studio di una lingua rappresentano un percorso continuo e di lunga lena: non si smette mai di perfezionarla e arricchirla. Nella professione dell’interprete di conferenza, questo aspetto è particolarmente evidente: l’interprete è chiamato a uno studio e a un aggiornamento costante in una molteplicità di ambiti conoscitivi, sviluppando glossari specifici per affrontare questa vasta gamma di contenuti. Questo processo rende l’interprete un autentico artigiano della lingua, capace di affinare e arricchire costantemente la propria competenza linguistica.
Cosa ti porti dietro, invece, dall’esperienza come docente presso l’ISIT (Istituto Superiore Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli) di Milano? In che modo hai coniugato questa professione con quella dell’interprete di conferenza?
L’unicità della Scuola Civica per interpreti e traduttori di Milano, poi diventata Scuola Altiero Spinelli, è stata fin dall’inizio la scelta molto chiara di creare una scuola professionale di livello universitario in cui i docenti delle materie professionalizzanti dovessero esercitare attivamente la professione. Non si trattava di un principio astratto, ma di una condizione concreta e strutturale del modello formativo.
Aver svolto e tenuto insieme, per trentotto anni, la formazione professionale di futuri interpreti e l’esercizio della libera professione è stato per me, allo stesso tempo, un grande privilegio e un’esperienza in cui queste due dimensioni si sono alimentate e sviluppate reciprocamente, in un processo profondamente sinergico. Ciò che portavo in aula veniva dal lavoro sul campo, e ciò che maturava nel confronto con gli studenti tornava poi, rielaborato, nella pratica professionale.
La sfida è sempre stata, e lo è rimasta nel tempo, quella di fare il funambolo nei casi di sovrapposizione. La libera professione dell’interprete, infatti, non consente vera flessibilità né nei tempi né nelle condizioni dell’ingaggio: richiede di essere presenti in un luogo preciso, a un’ora precisa, con l’unica reale possibilità di accettare o rifiutare l’incarico, senza margini di mediazione. Questo ha inevitabilmente comportato scelte e sacrifici, tra cui talvolta la rinuncia a seguire in prima persona alcuni committenti, decidendo consapevolmente di dare priorità alla continuità didattica.
All’interno della scuola, l’assenza per ragioni professionali era accettata proprio perché l’esercizio della libera professione costituiva una condizione sine qua non per avere titolo al ruolo di docente. Il rovescio della medaglia, però, era lo stress legato alle vere e proprie acrobazie necessarie per incastrare i recuperi delle lezioni perse all’interno del calendario degli studenti.
Oggi, continuando a operare sul libero mercato con domicilio professionale a Milano, mi capita spesso di constatare che oltre il cinquanta per cento delle colleghe e dei colleghi, professionisti bravissimi con cui lavoro regolarmente, sono ex studenti. È un’ulteriore, profonda fonte di soddisfazione, per la quale mi sento sinceramente grato.
Quanto conta per te la formazione? E cos’è per te la formazione?
La formazione e lo sviluppo personale sono sempre stati importanti per me. Nel lavoro dell’interprete di conferenza, d’altra parte, l’aggiornamento e lo studio continuo non sono un’opzione, ma una componente strutturale del mestiere. In questo senso, è anche uno degli aspetti più stimolanti: si impara costantemente, documentandosi e preparandosi per operare nei diversi ambiti e nelle diverse materie in cui si sceglie di lavorare.
Accanto a questo, c’è poi una dimensione più personale, legata alla scelta di approfondire quei temi e quei settori verso i quali si sente maggiore affinità o curiosità. Nel mio caso, con il tempo ho riconosciuto un interesse particolare per i processi di apprendimento e per la comunicazione interpersonale, oltre a una naturale inclinazione a facilitare il lavoro e la crescita degli altri, per quanto nelle mie possibilità.
Per me, quindi, il processo di apprendimento non ha un vero punto di arrivo: continua nel tempo, sia in modo formale sia informale, ed è parte integrante del percorso professionale e personale.
Va anche ricordato che oggi la formazione continua è diventata obbligatoria per le professioni non organizzate in albi, a partire dal 2013, con riferimento alla Legge n. 4 del 2013. Comprendo l’esigenza di legiferare in questo ambito; mi sento però di dire che, per la categoria degli interpreti e dei traduttori, probabilmente non ce n’era un reale bisogno: studiare, aggiornarsi e continuare a formarsi è da sempre parte integrante del nostro modo di vivere e di lavorare.
In che modo integri la formazione di counselor con quella di interprete?
Uno dei miei “hobby”, se così si può dire, anche durante i miei viaggi, è sempre stato quello che potrei definire in modo un po’ grezzo people watching: osservare le persone, i comportamenti, e le dinamiche relazionali. Questo mi ha portato, fin dall’adolescenza, a interrogarmi sull’animo e sulla psiche umana, così come sulle differenze culturali, probabilmente anche in relazione alle mie origini. Col senno di poi, mi capita di pensare che, se non avessi intrapreso il percorso professionale che ho seguito, mi sarebbe piaciuto studiare Psicologia, magari con l’idea di diventare psicoterapeuta.
In realtà, lavorando come interprete, ho avuto molte occasioni per operare in contesti legati alla psicologia, alla formazione e allo sviluppo personale, e ciascuna di queste esperienze è diventata per me uno stimolo ad approfondire. Nel corso degli anni ho frequentato tre scuole triennali di counselling, studiando e acquisendo competenze riferite a modelli psicologici diversi, e conseguendo i relativi attestati e certificazioni.
Queste scelte sono nate innanzitutto da un interesse personale e da un percorso di crescita individuale. Solo in un secondo momento ho preso piena consapevolezza del fatto che tali conoscenze e strumenti mi sarebbero stati utili anche nelle attività di coaching e di formazione che andavo sviluppando parallelamente. Già dalla fine degli anni Ottanta, infatti, ho iniziato a condurre workshop formativi in ambito aziendale, occupandomi di soft skills come le Effective Business Presentations, il team building, la gestione del cambiamento, la motivazione e temi affini.
Come interprete di conferenza hai lavorato in contesti prestigiosi e molto diversi tra loro. Ci illustri quelli che più hanno caratterizzato la tua carriera?
La mia attività di interprete come libero professionista è iniziata nel 1980, anno in cui ho aperto la mia prima partita IVA. A volte racconto di aver assistito, da un osservatorio privilegiato, a quello che potrei definire “lo svolgimento” dell’ultimo ventennio del Novecento e del primo quarto del nuovo millennio.
Avendo il mio domicilio professionale a Milano, ho lavorato prevalentemente nei settori della finanza, del giuridico, delle tecnologie e della moda, oltre che per il mondo della televisione, in programmi trasmessi dagli studi RAI di Corso Sempione e della Fiera di Milano, così come per le reti Fininvest/Mediaset tra Milano 2 e Cologno Monzese. Questo tipo di attività mi ha portato a incontrare e interpretare per molte personalità che hanno segnato la storia di quegli anni, in contesti e convegni molto diversi tra loro: ex capi di Stato e di governo, governatori di banche centrali, imprenditori, ma anche figure del mondo dello spettacolo e dello sport.
Da dove nasce questa tua propensione alla versatilità? Ci racconti alcune esperienze memorabili della tua carriera?
La versatilità e la flessibilità fanno parte, a mio avviso, del bagaglio di competenze essenziali dell’interprete. Detto questo, nel corso della carriera si compiono anche delle scelte. Tra i personaggi per cui e con cui ho collaborato nello svolgimento del mio lavoro, c’è anche George Bush senior insieme a Michail Gorbačëv in occasione di un convegno a Milano. Ho interpretato Henry Kissinger in cinque diverse occasioni, anche nell’ambito di interviste televisive. Una delle ultime volte fu per un’intervista condotta da Gianni Minoli.
Ho continuato a svolgere questa professione, seppur a ritmi meno intensi, fino agli incarichi del 2024, in occasione della presidenza italiana del G7, quando ho fatto parte dell’équipe di interpreti per la cabina di inglese in varie riunioni ministeriali, tra cui G7 Trasporti, Salute, Giustizia, Tecnologia e Digitalizzazione.
Tra i momenti della mia carriera da freelance vorrei citare la traduzione del discorso di presentazione del sistema operativo Macintosh di Apple Computers, come si chiamava l’azienda all’epoca, pronunciato da Steve Jobs nel 1984, presso un importante hotel di Milano, grazie a un collegamento via satellite.
Ho lavorato per anni per la Montedison, sia prima sia dopo l’acquisizione da parte della Ferruzzi Finanziaria, partecipando frequentemente a riunioni con Raul Gardini. Ho inoltre collaborato a lungo con alcuni studi legali in occasione delle deposizioni e delle udienze dei vari processi conseguenti al cosiddetto crack Parmalat, svoltisi in diverse sedi tra Milano, Parma e gli Stati Uniti.
A questo si aggiunge il mio ruolo di check interpreter in alcune udienze del processo Mills presso il Tribunale di Milano, a fianco degli avvocati Ghedini e Longo, in presenza anche di Silvio Berlusconi. E, infine, la celebre intervista a Lady Diana Spencer per la televisione svizzera.
Non credo quindi di esagerare nel dire che sono stato, in questi quarantacinque anni, un osservatore privilegiato della storia e dei suoi protagonisti, a cavallo tra la fine del primo e l’inizio del secondo millennio. Mentre rispondo a queste domande, mi rendo conto di questo privilegio e del ruolo che mi piace definire come quello di una invisible fly on the wall – una mosca invisibile sul muro, presente ma discreta – durante molti incontri a porte chiuse ai quali ho avuto accesso. È in questa chiave, e con questo spirito di sobrietà e rispetto per il mestiere, che desidero collocare questi ricordi.
Come interprete hai lavorato in televisione, anche per la Rai in programmi innovativi. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Sì, dai primissimi anni Ottanta ho collaborato a programmi sia della Rai sia delle reti televisive commerciali, incontrando nel tempo numerosissimi personaggi pubblici e celebrità.
Uno di questi programmi, trasmesso in diretta la domenica pomeriggio dagli studi Rai della Fiera di Milano, era Blitz di Gianni Minà. Per anni ho trascorso molte domeniche pomeriggio frequentando lo studio televisivo di quel programma. All’epoca, proprio grazie a Blitz, la traduzione simultanea divenne un vero fenomeno di massa, portato per la prima volta all’attenzione del grande pubblico.
Negli anni ho collaborato anche a molti altri programmi televisivi condotti da figure di primo piano del panorama culturale e mediatico italiano, come Enzo Biagi, Piero Angela, Pippo Baudo, Carlo Massarini, Ambrogio Fogar, solo per citarne alcuni. Poiché, diversamente da quanto avviene oggi, l’uso colloquiale della lingua inglese spesso intimidiva il personale delle redazioni, era piuttosto normale che all’interprete venisse affidato anche il ruolo di “fare gli onori di casa”, per così dire, nei confronti degli ospiti stranieri.
Ho quindi avuto l’onore e il piacere di chiacchierare, accompagnare e talvolta invitare al bar molte personalità che all’epoca in Italia venivano definite VIP. Oggi si parla più semplicemente di “celebrità”, anche perché, grazie a Internet e ancor più ai social media, il pubblico italiano ha acquisito un’esposizione internazionale che allora era difficilmente immaginabile.
In questi contesti ho incontrato e interpretato numerosi protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura, tra cui Frank Sinatra, Ray Charles, B.B. King, Sting, Elvis Costello, Joe Cocker, Sean Connery, Peter O’Toole, Rudolf Nureyev, Dennis Hopper, Terry Gilliam, Johnny Rotten e molti altri. Sono state esperienze diverse tra loro, ma tutte estremamente formative, che hanno contribuito in modo significativo alla mia crescita professionale e alla mia comprensione del ruolo dell’interprete in contesti mediatici complessi e in continua evoluzione.
Queste esperienze mi hanno lasciato soprattutto una profonda consapevolezza del valore umano e relazionale del nostro mestiere. Lavorare in televisione, in diretta, davanti a un pubblico vasto e trasversale, mi ha insegnato quanto l’interprete non sia soltanto un mediatore linguistico, ma anche un facilitatore di contesti, di tempi e di equilibri.
Ho imparato a muovermi con naturalezza tra linguaggi diversi, istituzionale, artistico, informale, e a dare voce agli altri restando, allo stesso tempo, in secondo piano. È stata una palestra straordinaria di ascolto, di prontezza e di discrezione, che ha rafforzato il mio senso di responsabilità professionale e mi ha accompagnato anche in tutti i contesti successivi, ben oltre lo studio televisivo e l’attività professionale.
Ci racconti il tuo punto di vista a proposito dei cambiamenti legati alla tecnologia e ai media digitali?
Ho acquisito familiarità con la digitalizzazione molto presto. Inizialmente attraverso l’uso del personal computer con MS-DOS e, quasi subito dopo, con il Macintosh, a partire dalla metà degli anni Ottanta.
Il mio primo servizio Internet e il mio primo indirizzo di posta elettronica risalgono alla fine del 1994. Già nei primi anni Novanta utilizzavo un sistema telefonico di call back che mi consentiva di comunicare con gli Stati Uniti, e ricordo ancora il mio stupore quando mi resi conto che, in alcune fasce orarie, una telefonata con gli States poteva costare quanto, o addirittura meno, di una chiamata in teleselezione all’interno dell’Italia. Ricordo di aver pensato: wow, il “villaggio globale” anticipato da Marshall McLuhan è già arrivato.
Per la mia generazione ero certamente avanti, pur non essendo un nativo digitale. Ho abbracciato la tecnologia seguendo una logica che potremmo definire “alla Steve Jobs”: non da esperto di informatica, ma da utilizzatore.
Ho sempre fatto uso del computer con un approccio da black box, senza la necessità di sapere cosa accade al suo interno, purché funzionasse e fosse utile. L’arrivo dell’interfaccia grafica uomo-macchina, mediata dall’uso del mouse, mi ha permesso di passare con naturalezza al digitale. Oggi mi rendo conto che usare questo linguaggio tradisce il mio essere boomer, termine che ho scoperto essere talvolta percepito da un Gen Z quasi come un insulto… o quantomeno come una bonaria presa in giro.
Credo però che questo mio rapporto precoce con la tecnologia sia legato anche al fatto di appartenere a una generazione di passaggio: una generazione che ha conosciuto un mondo analogico fatto di tempi lenti, attese, mediazione e presenza fisica, e che ha poi assistito, quasi in diretta, alla nascita di un nuovo ecosistema comunicativo.
Quando ero giovane, adottare certe tecnologie significava davvero essere all’avanguardia; non era un fatto scontato né automatico, ma una scelta consapevole, spesso mossa da curiosità, apertura e desiderio di connessione con il mondo. Forse anche per questo ho sempre vissuto la tecnologia come uno strumento, mai come un fine. Poi sono arrivati i social media.
Quali social ti affascinano e quali invece ti suscitano sentimenti più contrastanti?
Anche in questo caso, per esigenze di comunicazione internazionale, ho aperto il mio account Facebook già nel 2006, ma non l’ho mai utilizzato in modo sistematico, se non inizialmente per mantenere i contatti con membri della mia famiglia negli Stati Uniti e in Inghilterra. Solo negli ultimi anni ho iniziato a pubblicare qualche post per promuovere i miei programmi radiofonici, che, dopo la messa in onda, restano disponibili nell’archivio della radio come podcast.
Ho creato anche un mio canale YouTube, con l’auspicio di utilizzarlo in futuro per pubblicare materiali legati a progetti di formazione, ma non ho ancora deciso di farlo in modo continuativo e strutturato. In un certo senso, anche il solo decidere di rispondere alle domande di questa intervista mi è costato uno sforzo: ho dovuto consapevolmente uscire dalla mia zona di comfort.
Cosa c’è dietro la tua resistenza verso i social network?
Oltre a non essere nativo digitale, mi sono spesso interrogato sulle ragioni della mia resistenza nei confronti dei social network. Una delle risposte che mi sono dato è che, sebbene abbia sviluppato nel tempo una certa estroversione, anche grazie al mestiere che ho scelto, prima come interprete e poi come formatore, nella mia essenza rimane una componente di introversione, timidezza e riservatezza che mi porta a tutelare con attenzione la mia privacy.
Sono perfettamente a mio agio nel parlare e comunicare in pubblico, ma c’è qualcosa che mi frena quando si tratta di espormi in modo più diretto e permanente sui social network. Forse perché, a differenza del contatto umano o del contesto professionale, i social richiedono una forma di esposizione continua che sento meno affine al mio modo di essere.
Forse è proprio questa collocazione “di mezzo”, tra un prima e un dopo, tra l’analogico e il digitale, che ha plasmato anche il mio modo di essere interprete.
Appartenere a una generazione di passaggio significa aver conosciuto il valore del silenzio, dell’attesa, della parola detta una sola volta e ascoltata con attenzione, e allo stesso tempo aver assistito alla progressiva accelerazione dei linguaggi, dei mezzi e dei tempi della comunicazione.
In questo senso, il mio rapporto con la tecnologia riflette lo stesso equilibrio che cerco nel mio lavoro: utilizzare gli strumenti disponibili senza esserne assorbito, restare curioso senza perdere profondità, abitare il cambiamento senza rinunciare alla memoria di ciò che lo ha preceduto.
Ci spieghi il tuo legame con AMI e AIIC, come interprete di conferenza?
Quando ho iniziato la professione di interprete con domicilio a Milano, ho subito preso consapevolezza del fatto che questo mestiere nasceva, almeno per me, da una forte tendenza, ma direi anche da un desiderio e da un bisogno, di libertà. Un’esigenza che si era ulteriormente rafforzata dopo due esperienze come lavoratore dipendente: una a Londra, presso un importante broker dei Lloyd’s, e l’altra in Sicilia, presso una base aero-navale. L’ingresso nella libera professione ha finalmente soddisfatto la mia inclinazione all’individualismo e all’autonomia.
Allo stesso tempo, però, era ben presente anche la mia dimensione di team player, la consapevolezza cioè che l’interpretazione di conferenza è, per sua natura, un lavoro di squadra e che non può prescindere da una forte condivisione di regole, valori e responsabilità professionali.
Per questo motivo ho deciso di presentare domanda di ammissione all’AIIC. Successivamente è nata AIIC Italia, il chapter italiano dell’AIIC, l’Associazione Internazionale degli Interpreti di Conferenza.
AMI, invece, era ed è l’associazione milanese degli interpreti di congresso professionisti. Al suo interno vi erano tanti colleghi stimati, molti dei quali sono diventati nel tempo care amiche e cari amici. Per questo motivo aderire ad AMI è stato un passaggio naturale, quasi inevitabile, e ha rappresentato una conferma concreta della mia convinzione originaria sull’importanza dell’associazionismo all’interno della nostra professione.
Un’ultima domanda di rito, molto semplice e diretta. Progetti futuri? Continuerai a formarti, vero?
Certo. L’apprendimento continuo e costante fa parte del mio mindset culturale: continuo a farlo oggi, a 73 anni, e continuerò a farlo finché ne avrò la possibilità. Lo sviluppo personale e professionale rappresenta per me una sorta di imperativo categorico. Per molti anni ho ripetuto, spesso con un sorriso: «Non so cosa farò da grande». Di recente, però, mi sono sorpreso a bloccarmi mentre pronunciavo questa frase, perché ho cominciato a percepirla come l’espressione di una mia tendenza all’iperbole, un po’ come l’uso frequente delle metafore per comunicare in modo più efficace.
Quel blocco è arrivato quando mi sono reso conto che, in realtà, quell’iperbole non aveva più senso: ciò che voleva esprimere non era una battuta, ma un sentire profondo. Una sorta di fiamma interiore che mi tiene vivo e che continua a dirmi che ho ancora qualcosa da dire, da fare e da portare nel mondo. E oggi posso dire di essere già “cresciuto”. Sento che finché questa fiamma rimarrà accesa, la vita potrà continuare a essere vissuta con entusiasmo e passione.
Mentre riflettevo su come rispondere a questa ultima domanda, mi è tornato alla mente un ricordo lontano: un discorso fatto da una docente all’Università di Ginevra, quando nel 1977 ho frequentato lì un semestre nell’ambito degli scambi studenteschi della CIUTI (l’Associazione Internazionale delle Scuole Universitarie di Traduzione e Interpretazione).
Questa docente, interprete di professione, il cui nome purtroppo non ricordo, osservava come, nel corso della loro carriera, interpreti e traduttori, che per definizione lavorano “dietro le quinte” facilitando la comunicazione dei pensieri altrui, sviluppino spesso, a un certo punto, il desiderio di esprimere il proprio sentire. Da qui nasce il bisogno di comunicare idee proprie, e non di rado, diceva, in età più matura molti diventano relatori, formatori o scrittori. Forse è anche per questo che, per me, conciliare l’attività di docenza con quella di interprete è sempre stato così importante e naturale.
In risposta a questa domanda, quindi, posso dire che nel futuro, oltre a continuare il mio percorso di formazione e di sviluppo sia professionale sia personale, desidero affiancare e far crescere ulteriormente la mia attività di coach e formatore. L’obiettivo è quello di mettere a disposizione degli altri il frutto del mio vissuto e delle mie esperienze, maturate nel tempo come interprete, docente e facilitatore, per accompagnare altre persone nei loro processi di apprendimento, di crescita e di consapevolezza. In questo senso sento sempre più forte il desiderio di restituire, trasformando l’esperienza accumulata in un servizio concreto per gli altri.
E, come hobby, che in parte è anche una forma diversa di divulgazione, mi piacerebbe dedicarmi alla produzione di podcast che raccontino e facciano conoscere gli album classici del rock ’n’ roll e del rhythm & blues. L’idea è quella di renderli accessibili e comprensibili anche a chi non ha avuto la possibilità di apprezzarli in lingua originale, raccontandone il contesto, i testi, le storie e le influenze culturali, con lo stesso spirito di mediazione e di passione per la comunicazione che ha sempre accompagnato il mio lavoro.
Ti piacerebbe scoprire qualcosa di più sugli interpreti di conferenza di AMI e sul loro modo di lavorare nell’ambito dei diritti umani? Contattaci allo 02 86 45 04 62 oppure alla mail ami@milanointerpreti.net
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